Ti racconto in dettaglio il mio videocorso Escape!

Premessa: non posso dirti tutto tutto… altrimenti diventa uno spoiler! 😄

Scherzo, però mi piacerebbe raccontarti più in dettaglio quello che è il percorso che ti propongo, in modo che tu possa capire se è adatto a te.

Il videocorso “Escape! Cambio Lavoro, Vivo Felice” (puoi provarlo gratuitamente qui) è composto da 20 videolezioni e comincia con un video introduttivo in cui ti racconto nei dettagli la mia storia, ossia quella di una persona normale che ha bisogno del suo stipendio per vivere e che non ha rendite o capitali, che vorrebbe cambiare lavoro ma non sa da dove cominciare e inizia un percorso di transizione proprio come probabilmente (spero!) stai iniziando a pensare di fare tu.

Questo mi serve non per raccontarti i fatti miei ma per dirti che qualche anno fa io ero nella tua stessa situazione e i pensieri che facevo erano molto simili ai tuoi.

Ti do’ infine qualche indicazione su come procedere con i video successivi, illustrandoti il workbook (di quasi 50 pagine!) che dovrai scaricare e in cui troverai gli esercizi da fare via via che andrai avanti con il videocorso.

Ma soprattutto ti chiederò un atto di fiducia: il mio è un metodo totalmente nuovo, che necessita impegno da parte tua (io non ho mai creduto a chi promette di cambiare la vita di qualcuno in quattro e quattr’otto, tu?) e una buona dose di giusta attitudine.

Dopodiché cominciamo a parlare di lavoro ideale, ossia quali siano le caratteristiche che un lavoro debba avere affinché possa essere giusto per noi e farci svegliare la mattina con la voglia di farlo.

A questo si aggancia ovviamente il concetto di Life Design, ossia di cominciare a disegnare la vita che vorremmo rispetto a quella che abbiamo adesso. Ovvio che in questo una parte importante avrà il lavoro, visto che riempie gran parte del nostro tempo. Quindi è fondamentale che i due – lavoro e vita – vadano d’accordo.

Passiamo poi all’annosa questione del “sì ma cosa potrei fare?”. Quante volte ti sei fatto o fatta questa domanda? Di sicuro sai che quello che fai non ti piace o non ti piace più, ma per quanto tu ti sprema le meningi non ti viene in mente nessuna idea geniale.

Magari hai delle passioni, ma non sempre è facile monetizzarle.

Magari ti senti così scarico/a in questo periodo che non ricordi più neanche cosa ti piace o sai fare.

Allora cominceremo a fare degli esercizi sulle competenze, ma in maniera totalmente divergente rispetto a ciò a cui sei abituato/a e vedrai che pian piano qualcosa si risveglierà.

Lo stesso poi faremo con i tuoi temi, ossia tutto ciò che ti interessa o potrebbe interessare.

E da lì cominceremo ad attivarci, ossia a far entrare pian piano qualcosa di nuovo (è quello che vuoi, giusto?) nella tua vita.

Ma per fare questo dovremo lavorare anche sulla tua Mission, ossia il perché che starà dietro a ciò che farai.

E poi si partirà alla scoperta del Microbusiness, ossia come cominciare a fare e testare le tue attivazioni senza troppi rischi e velocemente.

Per fare questo, ovviamente, ti servirà imparare a raccontare ciò che fai (il famoso storytelling) e farlo alle persone giuste.

A questo punto, siccome l’esperienza mi ha insegnato che un buon progetto e gli strumenti giusti non servono a molto se dietro ci sono paure e resistenze (totalmente normali e naturali, siamo essere umani dopotutto), andremo ad analizzare e a mettere in pratica una serie di strategie per rafforzarci, motivarci, avere la giusta Energia e anche “mollarci” un po’.

E ovviamente dovremo imparare anche a organizzare bene il nostro tempo e i nostri soldini, e cominciare ad entrare nella mentalità di chi da dipendente si muove – finalmente! – verso l’indipendenza.
Butteremo un occhio anche a chi vorrebbe diventare nomade digitale, ovvero fare un lavoro che non abbia bisogno di una location fissa ma che ci permetta di lavorare magari in posti diversi tutte le volte che vogliamo.

E infine il momento dei consigli (tutti pratici, come il resto del corso): tutto ciò che ti serve per sbloccarti e partire, e i libri giusti da leggere (quelli che davvero ti cambiano la vita, garantito!).

Per chi è dunque questo corso?

➡️ Per chi vorrebbe cambiare lavoro ma non sa cosa fare.
➡️ Per chi è stanco della solita routine di ufficio e di fare cose che non lo entusiasmano.
➡️ Per chi ha già provato a cambiare lavoro altre volte ma si ritrova sempre con un senso di insoddisfazione.
➡️ Per chi magari un’idea o un’attività ce l’ha già, ma ha perso il filo della sua Mission.

La mia storia, e quella di tutte le persone che ho aiutato nel corso degli anni, testimoniano che si può fare.
Bisogna rimboccarsi le maniche sì, ma lo faremo insieme!

Clicca qui per iscriverti e… buon Escape! 😎

Ecco come mi sono rotta le scatole di me stessa (ovvero: il mio cambiamento lavorativo).

No, non sono impazzita: quel che ho scritto nel titolo di questo articolo mi è realmente accaduto e vorrei raccontartelo.

Se hai letto “Mangia, prega, ama” (il film non vale il libro, anche se c’è Javier Bardem!) ti ricorderai le pagine disperate in cui la protagonista, ovvero l’autrice Elizabeth Gilbert, una notte si rende conto di aver toccato il fondo nella sua vita e che è ormai a un punto in cui non può più permettersi di non fare qualcosa.

Da lì comincia la sua trasformazione, che la porta a intraprendere un viaggio che toccherà Italia, India e Bali e le permetterà di riacchiappare letteralmente in mano la sua esistenza.

Qualche anno dopo aver scritto il libro, la Gilbert se ne uscì su Twitter con questa frase, ispirata non solo da quello che aveva vissuto lei ma da tutte le persone che, dopo l’uscita del libro, le avevano raccontato a loro volta come avevano cambiato la loro vita:

“Non ho mai visto nessuno cominciare a cambiare la propria vita senza essersi prima stancato delle sue stesse stronzate”.
Non so te ora, ma io nel leggerlo ebbi un bel colpo allo stomaco.

Perché capii immediatamente di cosa lei stesse parlando.

Tu ci sei già a quel punto?

Quello in cui non ne più più di te, delle cose che continui a ripeterti, delle colpe che ti dai, delle scuse che trovi, delle resistenze che non riesci a sconfiggere?

Se è così beh, vedila in questo modo: sei a buon punto.

Anche qui, non sono diventata matta. Fidati.

Perché io il momento in cui ho cambiato la mia vita lavorativa me lo ricordo davvero così.

Ero letteralmente stufa di me stessa, delle balle che mi raccontavo sul “io non posso perché…”, del fatto di lamentarmi continuamente senza poi, in concreto, fare nulla.

Prima ancora di questo, mi ero già stufata di lamentarmi con gli altri.

C’erano dei colleghi ai quali volevo molto bene e che mi ascoltavano sempre pazientemente, ma pensavo spesso a loro e mi chiedevo: “come fanno a sopportarmi visto che ripeto le stesse cose da anni senza fare nulla?”

E così, stufa da una parte e stufa da un’altra, qualcosa si è smosso. 

Ero arrivata anche io al punto di rottura.

Quel “meraviglioso” punto di rottura che mi fatto finalmente muovere e darmi da fare per cambiare, pensando: “magari mi darò poi della cretina se dovessi fallire, ma almeno saranno accuse diverse”.

E, ti avviso, ce ne sono stati poi anche altri di momenti così.

Per il lavoro o per altro.

Ma quando ti sei rotta le scatole di te una volta, la successiva diventa più facile.

Sai che devi fare un piccolo passo, anche minuscolo, dopo l’altro.

E alzare una simbolica bandierina da sventolare con su scritto “H E L P!”.

Perché sì, è proprio quello il primo piccolo passo da fare: uscire da se stessi e dalle proprie fandonie e chiedere aiuto.

Quando l’ho capito, dopo averci messo un bel po’ di tempo, ho deciso di farne la mia missione.

E da allora tutto quello che faccio lo faccio con l’obiettivo di rendere più facile ad altri quel primo passo che per me è stato peggio che sollevare un macigno.

Da questo pensiero è nato il mio primo videocorso online, un progetto che ci ha messo tanto a prendere vita proprio perché volevo essere stra-sicura di quello che avrei fatto.

Si chiama”Camio Lavoro, Vivo Felice” e nasce proprio dalla domanda: “come posso aiutare più persone? come posso arrivare a tutte quelle che negli anni mi hanno supportato, incoraggiato, ma anche detto che non potevano permettersi una consulenza individuale con me, per motivi di soldi o di tempo?”

La risposta l’ho trovata impacchettando in 20 video tutto quello che ho imparato e sperimentato negli ultimi sei anni, sia sulla mia pelle che su quella delle tante persone che hanno voluto concedermi la loro fiducia.

Non accadrà alcun miracolo beninteso, e sì lo so che in giro c’è gente che chiede molti più soldi garantendoti però di cambiarti la vita, magari in due ore (storia vera!).

Io questo non lo farò mai, ma scommetto quello che vuoi sul fatto che dopo averlo fatto non sarai più la stessa persona di prima.

Lo so, si tratta di investire dei soldi, ma pensaci: se seguirai il mio consiglio di svolgere una videolezione a settimana e prenderti i giorni successivi per riflettere e svolgere gli esercizi che ti proporrò, il costo di questo corso diventa molto meno di un caffè al giorno.

Un caffè che può diventare il tuo primo passo: quello di iniziare a cambiare atteggiamento mentale, smuoverti dalla situazione di cui ti parlavo prima e darti la spinta verso il Nuovo.

E se mi stai ancora leggendo, dopotutto, mi sa che magari ci stai già girando intorno da un po’ a quel punto di “rottura di scatole”. Forza!

Perché, come dice proprio la Gilbert:

“Non farti sedurre dai tuoi limiti. Non hanno niente da offrirti se non l’immobilità”.

E se dovessi scegliere quel caffè, sarei felice poi di sapere com’è andata! 🙂

5 “libri da comodino” utili per il tuo Escape.

Cosa sono i libri da comodino? Per me sono quelli che, una volta finiti, devo sempre e comunque avere a portata di mano.

Perché mi hanno cambiato la vita, perché mi hanno emozionato, perché so che se li apro in un momento in cui ho le paturnie troverò sicuramente una risposta e un conforto.

Sono quelli – e consiglio anche a te di farlo – dei quali sottolineo le frasi che mi colpiscono di modo che, risfogliandoli, potrò subito attingere ai loro benefici. Provare per credere!

Ecco i primi 5 che ti consiglio se stai pensando di cambiare la tua vita lavorativa (ma non solo) e hai bisogno di ispirazione, e che ovviamente, visto il periodo, puoi anche pensare di regalarti o regalare per Natale, o meglio ancora per il nuovo anno:

  1. L’arte della felicità del Dalai Lama.

Questo a dire il vero ce l’ho sul comodino da settembre 2007, ovvero da quando l’ho letto per la prima volta.

Utile quando: sei in preda all’ansia, vedi tutto nero, odi tutti o senti che nessuno ti capisce, ti chiedi il perché di tante brutture nel mondo.

Effetto: la pace.

Una frase pescata a caso: “Se saremo convinti di cambiare, diventeremo poi determinati. E a quel punto la determinazione si trasformerà in azione: la forte volontà di cambiare ci permetterà di compiere uno sforzo prolungato per realizzare le vere e proprie modifiche. Questo fattore finale, lo sforzo, è essenziale”.

  1. Donne che corrono coi lupi di Clarissa Pinkola Estés.

Non preoccuparti se all’inizio lo trovi pesante. Io a suo tempo ci misi quasi un anno a leggerlo, ma da allora non l’ho più abbandonato.

Utile quando: ti senti in gabbia, non sai cosa vuoi, ti serve coraggio, hai perso la strada.

Effetto: si risveglia l’Istinto (con la I maiuscola, sì).

Una frase pescata a caso: “Siate gentili con voi stesse e fate dei descansos, luoghi di riposo per gli aspetti di voi che un tempo stavano andando da qualche parte ma non sono mai giunti alla meta. I descansos segnano i siti di morte, i tempi bui, ma sono anche note d’amore per la vostra sofferenza. Trasformano.”

  1. The Daily Stoic di Ryan Holiday.

Sì lo so, è in inglese. Ma si legge solo una pagina al giorno, e dopotutto è sempre meglio che in latino. Gli Stoici avevano capito un sacco di cose, e questo libro le rende quanto mai attuali.

Utile quando: ti sembra tutto troppo difficile, hai dimenticato cosa voglia dire la parola “resilienza”, sei in balia degli eventi, i tuoi obiettivi ti sembrano irraggiungibili.

Effetto: reagisci meglio.

Una frase pescata a caso: “Desiderare e sperare non sono abbastanza. Bisogna agire – e agire bene”.

  1. Il senso della vita di Irvin D. Yalom.

Ovvero lo scrittore di cui leggerei devotamente anche la lista della spesa. È un libro di psicoterapia, ma Yalom ha la capacità di rendere tutto di una semplicità incredibile.

Utile quando: il dolore ti opprime, le perdite pesano, l’autoconsapevolezza manca.

Effetto: mantiene la promessa del titolo (hai detto poco!).

Una frase pescata a caso: “«Siamo creature in ricerca perenne di significati» ho scritto, «che devono venire a patti con il fatto di essere scagliate in un universo che, intrinsecamente, è privo di significato». E poi, per evitare il nichilismo, spiegavo che dovevamo farci carico di un compito duplice. In primo luogo inventarci un progetto che dia significato alla vita per sostenere la vita stessa. In seguito fare in modo di dimenticare quest’atto di invenzione e convincerci che non abbiamo inventato, bensì scoperto il progetto che dà significato alla vita, ovvero che esso ha un’esistenza indipendente “là fuori”.”

  1. Big Magic di Elisabeth Gilbert 

Quella di “Mangia, prega, ama”, che da quel viaggio non ha mai, per l’appunto, smesso di creare magia, intesa nell’accezione di una vita “piena”.

Utile quando: sei a corto d’idee, tutto ti spaventa, non sai più cosa ti piace, senti di aver fallito.

Effetto: recuperi l’Incanto (anche questo necessariamente con la I maiuscola).

Una frase pescata a caso: “Sono convinta che sia un potente atto di amore quello di ricordare a qualcuno che può ottenere da solo ciò che vuole, che il mondo non gli deve niente e che lui non è debole né incapace come si crede”.

E ora, dimmi la verità: solo dopo aver letto queste frasi non hai già una gran voglia di “arredare” il tuo comodino? 🙂

Buona lettura!

PS: A proposito di progetti di Escape, hai dato un’occhiata al mio nuovo videocorso online? Si chiama “Cambio Lavoro, Vivo Felice” e anche se non puoi metterlo sul comodino è perfetto da abbinare con i libri che ti ho appena consigliato. 😉 Puoi provarlo gratuitamente cliccando qui.

7 segnali per cui dovresti cominciare a pensare di lasciare il tuo lavoro.

Quando ho letto per la prima volta il libro “Adesso Basta” di Simone Perotti, ossia l’autore che dovrò ringraziare sempre per avermi fatto capire che non ero pazza e non ero sola con le mie idee strampalate sul “non posso passare tutta la mia vita in un ufficio a fare questo”, ho sorriso nel rendermi conto che i nostri momenti di “sveglia” si assomigliavano.

Lui lo ebbe sul Grande Raccordo Anulare, io sulla Roma-Fiumicino.

Una mattina di sei anni fa il vecchio cellulare che usavo come sveglia non aveva suonato perché non si era aggiornato con l’ora legale e io mi ero svegliata all’improvviso stile scena iniziale di “Quattro matrimoni e un funerale”, ossia saltando come una molla dal letto e ripetendo “Cacchio! Cacchio! Cacchio!” (non proprio “cacchio” a dire il vero, ma insomma avete capito) perché da lì all’imbarco del mio aereo mancava una mezz’ora scarsa.

Ero volata in macchina in dieci minuti e mentre ero in autostrada verso l’aeroporto mi ero sostanzialmente “calmata” per una serie di motivi:

– avevo una macchina aziendale, un macchinone con il cambio automatico, che mi stava rendendo facile truccarmi mentre ero al volante (sì lo so che non si fa).

– arrivata in aeroporto potevo usufruire del car valet, ossia lasciare le chiavi a un addetto al parcheggio vip che voleva dire non fare la gimcana tra i parcheggi e chilometri dentro l’aeroporto ma arrivare subito all’imbarco.

– lì ci sarebbe stata la corsia Fast Track che mi avrebbe evitato la fila.

– se avessi perso il volo, mi sarebbe bastato andare al banco per farmelo cambiare oppure chiamare l’assistente in ufficio che mi avrebbe subito mandato la nuova carta d’imbarco sul Blackberry.

– una volta a Milano, taxi pronto agli arrivi, buono gratis per non perdere tempo al momento del pagamento e via in ufficio per l’ennesima riunione inutile in cui mi sarei chiesta tutto il tempo “qual è davvero il senso del mio essere qui?”.

Fu in quel momento che mi resi conto del fatto che tutta la mia vita lavorativa, anche al di là delle trasferte, era fatta tutta di gesti automatici, che ripetevo ogni giorno sempre uguali, e che quella sera sarei sbarcata a Roma al tramonto e avrei ripetuto altri gesti automatici che mi avrebbero portato fino a casa stremata.

Ebbi la sensazione di capire in maniera lampante l’espressione “come il criceto nella ruota”: la mia era una ruota dorata oltretutto, ma perché mi sentivo così infelice? 

Grazie a quella sveglia sballata forse si mosse qualche neurone divergente e cominciai ad elencare nella mia testa tutti i motivi per cui non potevo e soprattutto non volevo andare avanti così, per poi cominciare nei mesi successivi quel lungo e tortuoso percorso che mi ha portato fin qui.

7 segnali per cui dovresti cominciare a pensare di lasciare il tuo lavoro

(e sì, anche se hai già passato i 40 anni)

Molte delle persone che oggi si rivolgono a me si meravigliano del fatto che, quando mi confessano secondo loro qualcosa di tremendamente personale che gli fa pensare di non voler fare più il lavoro che fanno, io rispondo sempre con “ce l’ho, ce l’ho, ce l’ho”.

E allora eccoti qui i segnali che possono farti capire che è il momento di fare sul serio e darti una chance di vedere cosa possa esserci dall’altra parte, compatibilmente ovviamente con i tuoi tempi e le tue necessità personali e familiari (tradotto: se non sei miliardario meglio avere un piano!):

1. Piangi mentre vai al lavoro: in macchina, in motorino o sui mezzi dietro gli occhiali da sole. Sono le 8 del mattino e ti senti già senza forze, magari perché durante il sonno (se ti è andata “bene”) oppure durante le tue notti insonni, hai fatto dialoghi immaginari con il tuo capo o con un collega che non sopporti, oppure ti ha preso l’ansia per qualcosa che devi fare l’indomani. Oppure sei già incavolato/a e odi tutti, per le stesse ragioni. Magari te la prendi con il lavavetri ma in cuor tuo sai che non è affatto colpa sua.

2. Colon irritabile e difficoltà digestive, attacchi di panico, cervicale infiammata, eruzioni cutanee e prurito, mal di testa perenne. Benvenuto/a! Non sono una bomba di salute ora, ma non faccio più tante visite in farmacia e ho i fastidi di una persona normale, non più tutti quelli elencati sempre e a ripetizione.

3. Nel weekend non hai la forza e la voglia di fare molto, anzi spesso ti ammali e il venerdì sera hai un mal di testa orribile. Questo vale anche durante le vacanze perché, come dice la frase di un Anonimo Lavoratore scritta su un segnalibro che ho sempre con me: “È difficile fare vacanze intelligenti dopo undici mesi di lavoro cretino”. L’energia si nutre di energia, ça va sans dire.

4. Passi il tempo a lamentarti, tanto che ti annoi da solo di te stesso. In ufficio lo fai con i colleghi fidati, fuori ammorbi partner, amici e parenti che ti dicono – perché con gli altri è sempre facile – “scusa ma se stai cosi male perché non molli?” oppure, versione genitori, “il lavoro è lavoro”. Consiglio in quest’ultimo caso: fai presente ai tuoi genitori che loro in ufficio mediamente non avevano pc, mail, cellulare e via dicendo e chiedi loro di riflettere su come si sarebbero sentiti se gli stimoli che ricevevano quotidianamente si fossero moltiplicati ogni giorno per un milione di volte. 

5. Ti senti poco gratificato/a. Eppure quando leggi gli annunci per cambiare lavoro – ammesso che ce ne siano – non capisci perché non riesci a rispondere. Te lo spiego io:  dentro di te hai capito una cosa fondamentale, ossia che dovunque andrai sarà sempre così. Te lo dice una che ha cambiato azienda ogni volta che le cose andavano male, che c’era una riorganizzazione senza senso, che arrivava il capo cretino a soppiantare non si sa perché quello bravo. Non sei pazzo/a, e non sono migliori quelli che non provano queste cose. Siamo diversi, e qualcuno di noi non è fatto per tutto questo, non fino in fondo almeno.

6. Non riesci a mettere da parte nulla del tuo stipendio. Questa ti potrà sembrare strana ma ti assicuro che per rendere la tua vita meno difficile e amara dovrai spendere più soldi rispetto a quando sei padrone del tuo tempo. Della serie “faccio già una vita di merda, vuoi che in ufficio non controlli nemmeno le vendite online per gratificarmi?”. Ti svelo un segreto: da anni ho annullato tutte le iscrizioni alle vendite private di questo tipo e vivo benissimo senza. Per non parlare dei soldi che puoi risparmiare andando a fare la spesa al mercato, evitando JustEat e simili perché non hai tempo e voglia di cucinare, non viaggiando solo nei periodi in cui tutto costa tanto, non sprecare benzina mentre sei bloccato nel traffico, non andare per forza nella palestra o dall’estetista costosa vicino all’ufficio e via dicendo. 

7. Ti sei reso/a conto che non salvi vite umane. Cioè se lo fai, grazie! Ma nella maggior parte dei casi la mancanza di senso in quello che fai è il miglior indicatore di qualcosa che non va. Soprattutto quando a corredo del tuo lavoro, hai tutta una serie di incombenze legate alla “mission” dell’azienda, come quella di sacrificare giornate intere in team-building ridicoli oppure “la giornata di volontariato aziendale”. Una giornata per l’appunto. Giusto per fare le foto da condividere sui social dell’azienda. Fare un lavoro che abbia un senso vuol dire tutt’altro, e non vuole dire necessariamente lavorare nel sociale. Ben venga ovviamente, ma in linea generale se quello che fai ha un senso per te, garantito che anche il mondo intero ne beneficerà in qualche modo.

Se sei arrivato/a a leggere fin qui innanzitutto grazie e poi… qualcosa vorrà dire, no? 

Di motivi ovviamente ce ne sarebbero molti altri, e di paure altrettante (lo so, lo so) ma se ti stai chiedendo – come mi chiedono praticamente tutti – “torneresti mai indietro?”,  io ti rispondo di no con certezza e anzi ti dico che avrei voluto farlo prima.

Ma anche che non si è mai abbastanza vecchi per farlo.

E che non bisogna essere pazzi, ma rimboccarsi le maniche e cominciare a fare un piano. 

La mia frase guida in questo periodo è “ciò su cui ti focalizzi si espande quindi meno penserai alle cose che non vanno – le ho scritte apposta con l’intento di togliertele dalla testolina in cui ballano probabilmente da troppo tempo – più energia potrai dedicare al NUOVO.

Non ti dà già una bella sensazione leggerlo così, maiuscolo? 

E ora che sarai sicuramente curiosa/o di sapere cosa cominciare concretamente a fare per uscire da tutto questo, puoi intanto iscriverti qui  alla mia newsletter e magari raccontarmi la tua storia scrivendomi all’indirizzo: info@monicalasaponara.it

Ti aspetto! 🙂

Settembre è il mese più crudele?

Quando, dopo aver lasciato il lavoro in azienda a luglio del 2013,  mi resi conto arrivata a settembre che non dovevo più tornare in ufficio dopo le vacanze, fui presa da sensazioni molto contrastanti.

Da una parte mi sentivo libera, dall’altra non avevo la più pallida idea di cosa fare e al tempo stesso la consapevolezza che i soldi che avevo da parte non sarebbero durati in eterno. 

C’era però un’altra sensazione, più strana. E che ho ritrovato indistintamente quest’anno in tutte le persone che seguo come coach, e che capisco, perchè ricordo, perfettamente.

Settembre era sempre stato infatti fino a quel momento il mese in cui, passata l’euforia da ferie e l’abbronzatura, mi trovavo mestamente a pensare a quanti mesi mancassero al Natale o al prossimo ponte, mentre una domanda martellava costantemente nella testa: “ma è davvero questa la vita che voglio fare, per il resto della mia vita?”.

Allora l’assenza di quella malinconia, o angoscia, non so quale possa essere il termine migliore per definirla, mi sconcertava.

Sì, ero allo sbando ma di una sola cosa ero certa: volevo scardinare quella coazione a ripetere. 

E da lì è iniziato il mio percorso di sperimentazione e ricerca per arrivare a ciò che posso permettermi di fare ora, e cioè:

  1. andare in vacanza a settembre, quando tutto costa di meno e i ritmi sono più lenti. Quest’anno sono stata a Lampedusa, un’isola meravigliosa, piena di escaper che hanno lasciato le grandi città per farsi abbagliare da quel mare turchese e dalla sua asprezza, nonché da delfini, tartarughe e cibo da urlo. Non so voi, ma per me non esiste una droga migliore del mare.

2. partecipare alla Social Innovation School di Rumundu ad Alghero, ovvero unirmi con i miei soci di Impact Hub Roma a una ventina di visionari e condividere con loro sogni e progetti di impresa con un impatto positivo sulla società e sul territorio (e anche una casa con annesse file al bagno e battibecchi su chi russa di più). Sempre – ça va sans dire – di fronte a un mare e a una natura strepitosa. E a litri di mirto e Ichnusa, ovviamente.

3. andare a trovare i miei genitori in campagna, nel mio posto del cuore che è una casa un po’ sgarrupata dalla quale però si vede anche il mare – ancora lui! – della Costiera Amalfitana.

Niente di tutto questo mi sarebbe stato possibile 5 anni fa, ma nemmeno 4-3-2… perché lavorare in maniera indipendente comporta una serie di sacrifici che però ti fanno apprezzare poi immensamente ogni conquista di cui ai punti sopra.

Torneresti mai indietro?” mi chiede ancora qualcuno ogni tanto. 

Non credo serva rispondere.

Anche perché chi mi conosce sa che io ormai ho una missione, ed è quello che definisco il mio True Purpose, ossia dimostrare a quante più persone possibili che si può fare, che esiste una strada per tutti, lunga e tortuosa per alcuni, più semplice per altri.

Ma c’è, ve lo assicuro. 

Esiste un modo per amare settembre.

Per cambiare almeno quello che potete cambiare.

Salutate la malinconia e iniziate a fare un progetto.

Quello di prendervi cura e responsabilità dei vostri sentimenti.

Di parlarvi con amore e non con rabbia e rassegnazione.

Di trattarvi come se stesse parlando alla persona che amate di più.

E di cominciare a tracciare un percorso.

Nel mio piccolo sono qui se vi serve una mano e, se vorrete, vi aspetto.

Con gratitudine,

Monica

#EscapeStories / Sara Giuliani

 

Buona settimana a tutti! Inauguro oggi la rubrica #EscapeStories che vi racconterà le storie delle persone che hanno lavorato o stanno lavorando con me alla loro nuova vita lavorativa.
Sara l’ho conosciuta a un Escape Monday nel marzo del 2016 quando, convinta da un mio amico che ringrazierò sempre, mi si era avvicinata per chiedermi se potevo aiutarla.
Allora era software engineer in un’azienda informatica, ma è stato chiaro sin da subito che, per quanto amasse il suo lavoro, non era fatta per i ritmi dell’azienda.
Così abbiamo iniziato un percorso insieme che, come sempre tra mille attivazioni e tentativi, l’ha portata a lasciare il suo lavoro a tempo indeterminato per una nuova carriera più nelle sue corde.
Oggi Sara è una formatrice freelance in materie che non saprei neanche spiegarvi (ad esempio Agile Project Management) e ha studiato tanto per prendere una serie di certificazioni in tal senso, collabora con Impact Hub Roma dandoci una mano preziosa (suo il merito di essere riusciti ad avere quel bellissimo murales all’ingresso che vedete nelle foto qui sotto, con Sara in versione imbianchina)😁 ma soprattutto è una formidabile esperta per quel che riguarda la gestione del tempo, la produttività e il focus.

 

Questa sua ultima competenza (che lei non aveva mai visto come tale) è stata quella che mi ha più sbalordito sin da subito: di solito faccio una gran fatica a convincere le persone a capire quanto sia fondamentale l’organizzazione del tempo per un cambio vita, ma lei è arrivata da me con dei fantastici file Excel in cui aveva già pianificato tutto!
Non solo, è stata utile anche per me. La “regola dei due minuti”, che ho imparato da questo suo articolo, mi ha cambiato la vita!
Insomma, se impazzite perché non sapete come organizzarvi, lei è la persona giusta per voi (se volete potete contattarla all’indirizzo info@saragiuliani.it).
Con Sara ho trovato tanti punti in comune, soprattutto per quanto riguarda i temi della felicità legati alla decrescita. Ed è così che un giorno le ho parlato di un libro che avevo letto diversi anni fa e che mi aveva colpito moltissimo, ossia The Happiness Project di Gretchen Rubin, una donna americana che ora fa la scrittrice ma che prima lavorava come avvocato e un giorno, in un pomeriggio di pioggia, mentre era su un autobus, si era chiesta: “Cosa voglio dalla vita?” per poi rispondersi subito, semplicemente, “Voglio essere felice”.
Così decise di dedicare un anno intero al suo “progetto felicità”, esplorando mese per mese tutti i temi ad esso legata.
Insomma, io e Sara abbiamo continuato a parlare di questo libro fin quando ci siamo dette: “non sarebbe bello creare un progetto simile anche in Italia?”.
E così, a partire da questo, creeremo una serie di eventi legati ai capitoli del libro: il primo, dedicato a “Soldi e felicità” con le fantastiche Lucia Cuffaro ed Elena Tioli, prende il via questo mercoledì 28 marzo a Impact Hub Roma (per iscrivervi cliccate qui).

 

Insomma, con costanza (sua) e un pizzico di aiuto (mio), una nuova vita può prendere forma!
L’importante è capire che non si tratta di un interruttore on/off ma che diventerà, per sempre, un continuo viaggio alla scoperta di se stessi.
In questi anni, ad esempio, Sara è diventata anche una bravissima fotografa e ha portato il suo entusiamo a progetti di volontariato come il bellissimo “Benvenuti a cena” di RomAltruista per aiutare gli stranieri ad integrarsi nella capitale.
Come avrete intuito, io e Sara siamo ormai indissolubilmente legate e, come fortunamente accade nel mio lavoro, sono persone come lei che danno un senso anche al mio di cambiamento.
Vi lascio con le parole che mi ha scritto Sara dopo i nostri primi tre incontri, e che spesso rileggo perchè sono una sentimentale e mi piace commuovermi di gratitudine:
“Grazie mille di tutto. Mi sono trovata benissimo a lavorare con te. Non avrei mai pensato di prendere certe decisioni dopo soli tre incontri. Mi piace molto il tuo modo di lavorare, sei riuscita a mettermi a mio agio nonostante fossero delle tematiche molto personali, che non tiro fuori molto facilmente con persone che non conosco. Ad essere sincera si percepisce oltre alla professionalità tanta passione in quello che fai. È quella luce negli occhi che vedo molto raramente e che ho visto in te varie volte. È questo che da’ quel qualcosa in più alla tua consulenza. Inoltre si denota molta attenzione ai particolari, mi sono accorta che hai sempre preso in considerazione tutto quello che ci siamo dette e sei riuscita a farmi ragionare senza troppe illusioni, ad esempio su tutto ciò che mi aveva bloccato finora. Insomma dopo i primi incontri mi sentivo più cosciente della mia decisione, con i piedi per terra ma con l’entusiasmo dell’idea del piano di tre mesi come punto di partenza. Quindi per me è stata una bellissima esperienza e sono interessata a continuare.”

 

Inutile dirvi che, se volete sostenerci in questa nostra avventura e magari ispirarvi per il vostro Escape, vi aspettiamo mercoledì sera al nostro “The Happiness Project” per celebrare, semplicemente, la Felicità!

 

SalvaSalva

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Il primo regalo del nuovo anno

Se è sempre un privilegio avere l’opportunità di condividere la mia storia, nel caso di questa intervista su Silhouette Donna ho avuto anche la possibilità di far raccontare a due donne straordinarie che hanno lavorato con me la loro.

A dimostrazione, come potrete leggere, che sì… si può fare!

Per leggere l’articolo cliccate sulla foto qui sopra.

Buona lettura.

SalvaSalva

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Due anni di Escape Monday.

Sono passati già due anni da quando ho organizzato il primo Escape Monday.
Ci tengo molto a dire che quando l’ho fatto, offrendomi (e restando tuttora) volontaria con Escape the City per portarli in Italia, non avevo avuto nessuna idea geniale di business, non ero ancora una coach, morivo dalla vergogna di comunicarlo su Facebook perché pensavo che tutti i miei “contatti televisivi” avrebbero pensato che fossi impazzita.
 
Quello che era successo, me ne rendo conto solo ora, era che il mio affezionato senso del controllo era andato a farsi un giro quel giorno. Così io, sentendomi improvvisamente abbandonata, mi ero ritrovata senza difese a fare “qualcosa di diverso”.
 
E da lì in poi – meravigliosa vertigine – di cose “diverse” ne ho fatte una dopo l’altra, e velocemente.
 
Ci tengo a dirlo perché tutte, e dico tutte, le persone che lavorano con me ad un certo punto hanno il momento down del “non ho l’idea” come se spremendo bene le meningi questa dovesse apparir loro davanti miracolosamente come una folgorazione.
 
Credo che se avessi pensato un solo minuto che quell’Escape Monday avrebbe dovuto dare inizio a una nuova attività lavorativa non avrei mai fatto nulla. Potete lontanamente immaginare infatti l’ansia da prestazione?
Così, lo ripeto, a costo di diventare noiosa, ma spesso per dare vita a quel famoso “Piano B” dovete solo iniziare a cazzeggiare un po’.
 
Senza pensare ai soldi, in primis.
Senza pensare a quello che potrebbero dire gli altri, poi.
Ma, soprattutto, senza pensare che siete da soli.
 
A stasera, per chi vorrà fare “qualcosa di diverso”. 😉

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[Escape Books] Tre libri, tre fughe: quando gli Escaper andavano per mare.

All’inizio del mese scorso ho deciso che avrei voluto leggere qualcuno di quei libri che si dà per scontato tutti abbiano letto, che magari citiamo con naturalezza conoscendone trama e personaggi, e che invece a me mancavano.
Così ho iniziato con Robinson Crusoe di Daniel Defoe, sono passata a Il giro del mondo in 80 giorni e ho chiuso (per ora) con Ventimila leghe sotto i mari, entrambi di Jules Verne.
Un genere, quello del romanzo d’avventura, a me abbastanza sconosciuto. Eppure li ho letteralmente divorati tutti e tre, facendo spesso le ore piccole (come sempre le mie occhiaie ringraziano).
Il bello è che volevo staccare un po’ da tutti quei libri che avidamente leggo “per lavoro”, sul cambiamento, la passione, la motivazione e, ultimamente, la produttività.
Per poi scoprire che tutti e tre avevano qualcosa da dirmi su ognuno di questi temi. Il primo, soprattutto.

Robinson Crusoe ha inventato a mio avviso la tanto in voga “resilienza”: volete mettere 28 anni su di un’isola deserta rispetto alle sfide della nostra vita quotidiana?
Un uomo che nonostante avesse ricevuto tutti i possibili segnali dal destino che gli dicevano “statt a cas” si affida a una misteriosa forza che lo porta a continuare a viaggiare pur non avendo idea di cosa stesse veramente cercando. Che riconosce di aver colpa di “una folle e pervicace inclinazione a vagare per il mondo, in contrasto con i vantaggi che mi si prospettavano in chiari termini se avessi perseguito in modo semplice e onesto gli scopi e le attività che Natura e Provvidenza, concordi, volevano elargirmi, e se me ne fossi fatto un dovere”.
Un uomo che riflette sul destino e sul fatto che “tutti coloro che paragonano la loro situazione ad un’altra peggiore dovrebbero riflettere che la sorte può costringerli a fare il cambio, onde imparino per esperienza ad apprezzare la loro precedente felicità!”.
Che si rende conto che le scelte più importanti della vita spesso vengono fatte non per il nostro buon senso o i nostri interessi personali, ma per “un arcano impulso interiore, di cui ignoriamo l’origine e la provenienza”, che poi però ci fa capire che se avessimo preso la strada dettata dai “dettami della nostra saggezza, ci saremmo perduti”.
C’è poi tra le pagine del libro un costante messaggio legato al valore delle cose, e al fatto che “tutti i beni di questo mondo hanno valore solo se ci è dato di farne uso”. Pare banale, ma è il punto di partenza di un percorso di downshifting e di decrescita: perché accumulare se poi ho così tante cose da non avere neanche il tempo di usarle? Non è un caso che Robinson, lasciata l’isola, si renda conto di avere più preoccupazioni in una vita agiata di quante ne avesse quando doveva pensare “solo” alla sua sopravvivenza, laddove “aveva bisogno solo di ciò che possedeva e possedeva solo ciò di cui aveva bisogno”.
Ma soprattutto, che “tutta la nostra scontentezza per ciò che non abbiamo mi parve derivare dall’ingratitudine per ciò che abbiamo”.
È anche un libro sulle scelte, che racconta come spesso quelli che pensiamo siano i mali da scansare (un naufragio, da leggere come ogni possibile “perdita”) possano invece rivelarsi lo strumento e la via della nostra salvezza.

Mr Fogg de “Il giro del mondo in 80 giorni” invece è un fantastico esempio di tenacia, per non dire tigna: uno che nella vita ha ogni comodità, incluso il non aver bisogno di lavorare. Eppure decide di fare una folle scommessa, all’apparenza con altri ma in fondo con se stesso. Un piano osteggiato da tutti, una serie di imprevisti impossibili, e la sua proverbiale — di nuovo! — resilienza nell’accettare ogni cosa e nell’affrontare tutto con una calma e una fiducia da invidia. Tipo che mentre leggevo avevo l’ansia per il fatto che lui non ne avesse!
È anche un libro che insegna a mio avviso quanto sia potente circondarsi delle persone giuste, in questo caso il mirabolante cameriere tuttofare Passepartout, vera anima della storia e chiave di volta di tante situazioni all’apparenza disperate. Mi sono proprio divertita a leggerlo, e non mi capitava da tanto.

E, per finire, quello che da subito mi sono immaginata come un figo pazzesco.
Il Capitano Nemo di “Ventimila leghe sotto i mari” è un uomo che decide che basta, lui sulla terra non ci vuole più stare, e trascorre anni a costruire e poi realizzare il suo sogno. E che pur restando confinato per sempre dentro un sottomarino dà vita a una nuova idea di libertà da quelli che lui definisce “quegli insopportabili obblighi della Terra”. In questo libro ho trovato anche la più semplice e bella definizione del mare che io abbia mai letto, le parole che ho sempre cercato quando volevo esprimere cosa rappresenti per me:


“Il mare è tutto. È l’immenso deserto dove l’uomo non è mai solo, poiché la vita pulsa tutt’intorno a lui”.

Il mare è dopotutto l’elemento in comune dei tre libri. Che ho scelto per caso, o forse no. Perché non vorrei naufragare, attraversare burrasche o immergermi per sempre.
Ma navigare sempre, quello sì.

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