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La vita oltre l’ufficio: storia di una escaper che vi aiuta a trovare un lavoro che vi piace

Tre anni fa ho lasciato una promettente carriera e quello che a tutti gli effetti era un bel lavoro. Ero dirigente in un’azienda televisiva, mi occupavo di marketing e di comunicazione, avevo un ufficio tutto per me, un ottimo stipendio e tutti i benefit annessi.

Eppure da sempre, con un po’ di vergogna e sensi di colpa, mi chiedevo che senso avesse ciò che facevo. Perché dovevo passare il tempo prima nel traffico e poi in un cubicolo, dare retta a persone che non avevo scelto come compagni del maggior numero di ore in ogni mia giornata e fare cose che andavano fatte in un certo modo, con scadenze assurde o procedure senza significato? Riunioni interminabili, pranzi mal digeriti e un costante senso di spaesamento rispetto all’impatto che tutto questo potesse avere nel mondo.

Le tappe obbligate le avevo fatte tutte: università, Erasmus, master, stage. Il primo contratto a tempo indeterminato a 24 anni in una prestigiosa agenzia di comunicazione milanese. Un milione e seicentomila lire al mese, uno stipendio incredibile per l’epoca. Da subito però, mentre mi godevo il successo della mia neo-nata carriera, nasceva in me una sensazione fastidiosa. Lavoravo sempre fino a tardi, spesso anche nei weekend. Ero sempre stanca, ansiosa e non dormivo bene. Mi rendevo conto che tutto quello non era sano, ma lo facevano tutti. Si lamentavano sì, ma non sembrava esserci una via d’uscita. Ho capito subito sulla mia pelle che era un “o dentro o fuori” implicito, e che forse, visti gli ottimi risultati, dovevo solo rassegnarmi se volevo crescere e continuare la mia carriera.

Così, ritorniamo all’inizio. Tre anni fa avevo un ufficio tutto per me, una macchina troppo grande, ogni tipo di assicurazione e uno stipendio da dirigente. E un lavoro che, lo ripeto, era proprio bello.

Eppure.

Eppure nella mia testa c’era ancora quella stessa sensazione di fastidio. Quella che mi aveva portato nel frattempo a cambiare azienda quando le cose non andavano più bene, quando mi sentivo imprigionata, incompresa, a volte perseguitata. Macinavo mille pensieri, ma in realtà il punto non era quello di ritrovarmi sempre in contesti che, da inizialmente perfetti, poi immancabilmente cominciavano a starmi stretti. Semplicemente quei pensieri sul “doversi svegliare per forza tutte le mattine, tornare a casa senza forze e già con l’ansia dell’indomani” (e i conseguenti sensi di colpa, “vorrai mica sputare nel piatto in cui mangi?”) si stavano trasformando in qualcosa di diverso. Domande di maggior senso: “qual è il mio impatto nel mondo?”, “cosa sto creando?”, “sto davvero facendo ciò che mi piacerebbe fare?”.

E poi, come spesso accade, a un certo punto la vita ti chiama a rapporto. Semina sul tuo cammino qualcosa che non sai gestire, come faresti abilmente, ad esempio, con un problema al lavoro. Nel mio caso un dolore immenso.

E ti ritrovi una mattina sulla Roma-Fiumicino, pronta a prendere l’ennesimo aereo per lavoro – alba a Fiumicino, tramonto a Linate – facendo tutti i gesti in automatico. E dici no. Semplicemente. No.

Decidi che vuoi scegliere la tua vita. Che devi sceglierla. Perché sì, è proprio una.

E improvvisamente, nella confusione più totale, capisci tutto. Soprattutto che non potrai più tornare indietro.

Da allora sono successe più cose che in tutta la mia vita lavorativa precedente. I primi lavori da freelance, alcuni sottopagati, altri più che dignitosi. Le offerte di lavoro, quelle irrinunciabili, che allontanano da te persone importanti della tua vita perché proprio non riescono a capirti. Ma va bene anche questo, tutto ha un senso.

L’incontro fortuito con quelli che sono ora i miei soci a Impact Hub Roma (uno spazio di co-working dedicato all’innovazione sociale), collaborazione nata come un baratto poi diventata un’avventura imprenditoriale, prima donna tra tutti loro, che sono oggi come una famiglia.

Un corso per diventare Operatrice di Cento Antiviolenza e socia di Differenza Donna, per dedicarmi finalmente a progetti di utilità sociale e di volontariato, laddove prima gli orari balordi dell’azienda non mi avevano mai permesso di farlo.

Poi, ad un certo punto, la decisione di entrare in contatto con Escape the City, il progetto di due ragazzi che avevano lavori di tutto rispetto nella City londinese ma che si stavano ponendo le mie stesse domande. Li seguivo già da tempo, mentre lavoravo ancora in azienda, e mi ero resa conto che stavano davvero facendo qualcosa di rivoluzionario: dare la possibilità a professionisti di successo di trovare un lavoro maggiormente nelle proprie corde. Che non voleva dire necessariamente lavorare nel sociale, ma sentire che era possibile lavorare e guadagnare con i propri tempi e secondo le proprie inclinazioni, per creare una nuova generazione di lavoratori fuori dalla gabbia aziendale, pienamente soddisfatti.

Ho deciso di contattarli e di offrirmi come volontaria per portare i loro eventi Escape Mondayin Italia. Appena ho iniziato, mi sono resa subito conto di quante persone fossero nelle mie stesse condizioni di qualche anno prima e di quante altre avevano già fatto il salto dal lavoro in ufficio per fare della propria carriera un’estensione del proprio essere e non la fortuna di qualcun altro. Da lì, dopo essermi messa alla prova con qualche inconsapevole amico o conoscente che mi chiedeva consigli su come avevo fatto o come facevo a vivere senza uno stipendio fisso, ho capito che potevo studiare e fare anch’io di questa mia missione un lavoro. Sono diventata la prima Escape Coach italiana: un lavoro del quale sono immensamente orgogliosa, così come lo sono della comunità di persone che si sta creando intorno agli eventi Escape e che spero cresca sempre di più e si diffonda in tutta Italia.

Oggi amo ancora occuparmi di comunicazione, organizzare eventi, scrivere per chi mi chiede di farlo, pasticciare con le mie mani e dedicarmi al volontariato in un posto magico con donne incredibili.

Ma una cosa mi piace più di tutte: aiutare chi, come me, ha quel tarlo dentro. Cambiare lavoro, uscire dal cubicolo, dare un senso alla propria giornata.

Mi ci sono preparata, ho studiato, ho provato tutto sulla mia pelle. E oggi posso accompagnare altre persone verso una scelta di vita più nelle proprie corde. E non c’è niente di più bello di quando qualcuno mi dice “Grazie, ce l’ho fatta. Ora sono io”.

Perché, banalmente, se non provi a cambiare non saprai mai se puoi farlo.

E la vita è troppo breve per fare un lavoro che non ti piace.

[Questo articolo è apparso in origine sul sito Leading Myself qui]