5 cose che ho imparato nel 2016 (e i miei non-propositi per il 2017).

Ho aspettato non a caso che le vacanze fossero finite per scrivere questo post. Soffro infatti di sindrome da “feste comandate”: una malinconia che al confronto Puffo Brontolone è un ottimista.

Prima che iniziassero ho così lucidamente deciso quest’anno di non fare propositi, perchè in teoria bisognerebbe metterli in pratica dal 1 gennaio e, oltre al mio umore sinistro, mi sono ricordata che la prima settimana dell’anno è per me la settimana della letargia. In molti mi hanno detto in questi giorni che ho un aspetto molto sereno: lo credo, dormo come un ghiro (ho “visto” interie serie su Netflix addormentandomi ai titoli d’apertura, per dire). Avendo interiorizzato anche questo, dunque, ho evitato la frustrazione di dirmi “cavolo, dovevo fare questo secondo i miei fantastici nuovi propositi per l’anno nuovo, e invece ho già fallito”. Una svolta.

Ad ogni modo dall’inizio dell’anno, nei momenti in cui non dormo, ho il cervello in ebollizione e quindi ho cominciato a fare la mia year-in-review. Non uso l’inglese a caso, perchè in azienda si chiamava così e ricordo che quando la facevamo dovevamo stare attenti a far sì che venissero fuori solo le cose buone e a trovare ogni stratagemma affinché anche i risultati negativi venissero trasformati in “punti di forza” (che palestra, non smetterò mai di essere grata alle multinazionali per la paraculaggine imparata).

Così ho preso la mia agenda del 2016 e ho fatto un bel respiro. Ho salutato con la manina le cose brutte e tirato fuori invece tutte quelle belle, mese per mese. Non vi annoierò con i singoli dettagli ma sappiate che fa un effetto sorprendente. Le ho osservate a lungo e mi sono chiesta: “cosa mi dicono? cosa ho imparato da tutto ciò?”. Ed eccoli qua, i miei “prendo e porto a casa” del 2016:

1. Ho smesso di preoccuparmi del giudizio degli altri. Se avessi pensato che stavo facendo qualcosa per cui qualcuno avrebbe potuto criticarmi, non avrei combinato un bel nulla nel 2016. Avrei sempre avuto paura di risultare “sbagliata”, quel genere di paura insomma che ti impedisce di agire. Invece ho scoperto che puoi fare un sacco di cose apparentemente folli e — ma dai — alla gente non importa nulla!

2. Di conseguenza: non posso piacere a tutti. Ho capito che qualunque cosa farai, ci sarà sempre qualcuno, tra quelli a cui stranamente importa (altrimenti, per il principio di cui sopra, sarebbero stati zitti) che “non si fa così, la fai facile, non dovevi dire o scrivere questo o quello, non ti sei comportata bene con xy” ecc. E va bene così, dopotutto è quello che accade da sempre in tutte le relazioni, sia d’amore che d’amicizia: magari ci si ama follemente per anni, poi un giorno ti svegli e ti accorgi che non avete più nulla da dirvi. Magari gli/le vuoi sempre un bene dell’anima, ma hai imparato che non puoi chiedere a nessuno di cambiare per te o di cambiare tu per qualcuno. Non sareste più voi, quindi: pace.

3. E così, ho imparato (e sto imparando, perchè diamine se è difficile) a lasciar andare, velocizzare, non provare sempre ad aggiustare le cose. Ché se è, si aggiustano da sole, quando meno te lo aspetti. E ti ritrovi a pensare a quanto livore, ansia e dispiaceri ci hai versato sopra. Inutilmente.

4. Ho imparato anche banalmente a FARE, senza darmi obiettivi a lungo termine (quelli li ho cannati tutti) ma ragionando al massimo su un orizzonte di tre mesi. L’ho sperimentato anche con i miei clienti e certo, mette molta più pressione, ma è l’unico modo per capire se quello che hai nella testa ha un senso prima che fermenti e marcisca in mezzo ai propositi balordi di cui sopra e ai sogni impossibili.

5. Ho scoperto che è vero che “sharing is caring, ossia che avere cura di qualcuno vuol dire essere disposti innanzitutto a condividere con gli altri ciò che si è veramente. E dalle mie condivisioni sono nati rapporti e amicizie con persone inaspettate, che mi sono ritrovata accanto nella gioia e nel dolore e mi hanno permesso di portare a termine progetti che non avrei mai immaginato anche solo di poter iniziare.

Per il 2017, eliminati i propositi, mi resta il pensiero di come vorrei sentirmi, ossia riuscire “banalmente” a trovare sempre ciò che mi fa sentire bene. Nel lavoro, nelle relazioni, in tutto.

E se non dovesse essere così, via. Subito. Essere naturale, essere me stessa in ogni momento, esserci. Perchè mi sono resa conto che è solo in questo modo che potranno nascere relazioni che mi faranno crescere e mi nutriranno, anzichè affamarmi.

È una versione migliore di me, quella che ora inizio a vedere. E questo basta. Cavolo, se basta.

E l’augurio per il 2017, perchè un augurio porta sempre bene, è che ognuno di noi possa avere qualcuno — come ha raccontato Meryl Streep qualche giorno fa (nel suo caso, la compianta e adorata Carrie Fisher) — che ci inviti aprendere il nostro cuore a pezzi e trasformarlo in Arte.

Happy DO Year! 🙂

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