Perché dobbiamo essere i Bruce Springsteen della nostra vita.

A 13 anni avevo una cotta pazzesca per Bruce, guardavo a ripetizione il video di Dancing in the Dark e sognavo di essere la ragazza che saliva sul palco e ballava con lui. Io ero nel pieno delle crisi adolescenziali e lei incarnava tutto ciò che sentivo di non essere: figa, libera e fortunata.

Sabato sera a Circo Massimo c’era una ragazzina della mia stessa età di allora, che si è presentata al concerto di un 66enne che poteva essere suo nonno, con un cartello che diceva semplicemente: «il mio sogno è suonare la chitarra con te». Lui l’ha chiamata sul palco, le ha dato una chitarra e hanno suonato insieme.

In quel momento mi sono passati davanti agli occhi gli sguardi terrorizzati di alcune delle persone che fanno con me il percorso di Escape Coaching*quando, una volta scoperto ciò che fa loro battere il cuore – perché, per inciso, se vuoi fare la pazzia di lasciare il lavoro io mi aspetto che tu abbia, e lo cerchiamo insieme, un fuoco sacro che non ti riporti a stretto giro in un altro ufficio dalle 9 alle 18, se tutto va bene – dico che dobbiamo cominciare a raccontarlo in giro.

E non in un’ottica di guadagno, non subito per lo meno, perché se lo hai scoperto, è forte e ti fa finalmente sentire vivo, che male c’è a dirlo al mondo? Anzi, cos’altro speri di diventare tenendo mille file, foto, idee, cookies e via dicendo nel tuo telefono o nel tuo computer – forse qualcosa di diverso da un banale accumulatore seriale di ricerche su Google?

Insomma, questa ragazzina l’ha fatto, ha scritto semplicemente il suo sogno su un cartello, con quella meravigliosa inconscienza che ahimè poi perdiamo, e ha scelto di condividerlo.

Così mi sono chiesta: «dopo aver suonato su un palco davanti a migliaia di persone con Springsteen lei potrà mai fare qualcosa di diverso nella vita dal suonare la chitarra?».

Ne dubito.

Così come dubito che Bruce Springsteen avesse potuto fare altro nella vita: parliamoci chiaro, se l’altra sera, alla sua veneranda età, avesse suonato per 2 ore e mezza saremmo stati tutti contenti e soddisfatti. Il biglietto del concerto costava uno sproposito ma dopotutto è il Boss, insomma se non lo fa lui! E invece no: ha suonato per 4 ore, senza nemmeno una pausa. Vedevo intorno a me gente che aveva lo sguardo come per dire «ti prego basta» e lui niente: la stessa voce, la stessa energia, sudato che posso solo immaginarlo.

È andato avanti: il suo sogno, la sua passione, sono diventati la sua vita e per questo motivo potrebbe continuare a farlo a oltranza (un’amica mi ha raccontato che due anni fa a Londra gli hanno staccato la corrente perché era andato oltre il limite previsto della durata dei concerti, gli inglesi sono unici in queste cose).

Ecco perché ho pensato che dovremmo essere tutti i Bruce Springsteen della nostra vita: trovare qualcosa (o più di una) che non ci faccia accorgere che passano gli anni e il tempo, e continuare a farla. Non pensare «basta così, anche oggi mi sono guadagnato la giornata» ma farlo finché hai le forze per farlo.

Ho pensato a quegli anziani di un ospizio di San Francisco di cui leggevo qualche giorno fa, che non erano d’accordo sul dover passare la vita in quel posto aspettando la morte, e siccome erano tristi perché non avevano nipotini da accudire si sono inventati un asilo proprio dentro la struttura. Così oltre a rendere felici loro stessi e dimostrare che servono ancora a qualcosa, hanno reso felici anche i genitori che non avevano nonni da far conoscere ai loro bambini.

Ho pensato a chi ha fatto un foglio Excel dal titolo «quanto possiamo provarci prima di essere giudicati incoscienti?» e ha preso marito e figli e ha detto «proviamo a realizzare un sogno e semmai torniamo indietro» (non l’hanno fatto, per inciso).

Penso soprattutto a chi avrebbe già di che vivere ma non può rinunciare a uno stipendio perché deve comprare dieci camicie al mese, o avere un ruolo scritto su un biglietto da visita. Poi magari si fa venire gli attacchi di panico a causa del capo stronzo e mi dice «beata te».

E penso a quelle band di giovani musicisti che invece fanno due ore di concerto e salutano, perché il loro manager avrà fatto dei calcoli su quanto sia giusto suonare in base al prezzo del biglietto. E vorrei chiedere loro se davvero non hanno mai voglia di andare avanti fin quando non staccano la corrente. E se sì, perché diamine non lo facciano.

Perché invece io voglio fare così.

Continuare a scrivere in un quadernetto tutte le idee che mi vengono, anche le più strampalate, perché magari un giorno ne potrò realizzare qualcuna, guadagnarci anche, trovare il coraggio di andare a vivere di fronte al mare, vivere con il meno possibile ed essereassurdamente felice.

E la prossima volta che qualcuno dopo aver ascoltato la mia storia mi chiederà con aria da saputello «ma tu non ci pensi alla pensione?», ora so cosa fare anziché arrabbiarmi: sorridere, chiudere gli occhi e immaginare di star ballando a 13 anni su quel palco con Bruce.

*se siete curiosi di sapere cosa sia l’Escape Coaching, potete leggere la mia storia qui oppure mandarmi una mail a info@monicalasaponara.it

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